Dalla battaglia di Civitate alla fine della città

Civitate  non venne distrutta ma subì danni in qualche suo sobborgo durante la battaglia e fu, per molto tempo, governata da Gualtiero d’Amico che l’ebbe in proprietà dopo la sua resa ai Normanni.

In essa si svolgevano tornei cavallereschi in ricordo, anche, della storica battaglia del 1053.

Come si legge nel Quaternus excadenciarum fredericiano, nel 1058 era ancora in auge, ricca e fiorente e intorno al 1200 era amministrata da 21 consiglieri, eletti per censo e rappresentanti tutte le classi sociali esistenti nel paese.

La sua popolazione, all’incirca tremila anime, doveva  raggrupparsi in 140 famiglie, le quali vivevano  su sette ettari di terreno intersecato da una ventina di strade; esse  menavano alle varie porte  che si aprivano nelle mastodontiche mura: Porta Serra, porta Baia, porta San Severo , porta San Paolo, porta San Sepolcro e porta Arenula .

I sobborghi del paese  erano San Matteo, San Simone  e Bassano  mentre i tenimenti, alcuni dei quali  riportavano nomi esistenti ancora oggi erano: Camerota (Cammarata), Radicosa  (Radicosa), Rovellus (Rovello), Santus Marcianus (S.Marzano), Sancta Margherita (S. Margherita), Terra Sancti Pauli (Le terre di San Paolo), Vallis Sancti Felicis (Vallone S. Felice), Iscla (Ischia).

I terreni erano coltivati, come del resto oggi, prevalentemente a grano, a vigneti e ad uliveti e vi erano nel paese proprietari di parecchi tenimenti sia a Sanctus Marcianus che ad Iscla a cui si poteva accedere attraverso le rispettive strade. 

Vi erano proprietà della Signora d' Arpavilla,  dei terreni della Curia con parecchi uliveti e vigneti.

Sulla via di Camerota c’erano parecchi proprietari che avevano vigneti, uliveti e qualche villa e c’era pure un uliveto di mastro Gisoni.

Sulla via che andava al Rovello c’erano dieci alberi di olivi del Sig. Ruggero e una terra di Arpavilla, e proprietà di altri cittadini.

Le chiese erano quelle di S. Matteo che doveva trovarsi in periferia , di S. Croce  e Santa Margherita che aveva orti  annessi.

Negli anni che sono citati dal  Quaternus excadenciarum fredericiano, la città doveva avere una popolazione ricca, specialmente di terreni e fabbricati.

Alcuni notabili erano il notaio Roberto, il procuratore Hugolocta, Lorenzo, figlio di Lorenzo di Civitate, il Signore Ippolito, la Signora Arpavilla e tanti altri.

Fra le persone di bassa condizione si ricordano Pietro ferraio e Nicola sensale.

Civitate pur tra tanto splendore per la sua sede vescovile e per l’importanza  di essere stata capoluogo della Capitanata, subiva angherie e attacchi da ogni parte.

Le lotte intestine fra gli Angioini  e il re d’Ungheria  per la successione al regno di Napoli furono i prodromi del suo declino. 

 Bande armate di veri briganti saccheggiavano ed incendiavano le città per impossessarsi dei loro averi.    

Fra  esse, anche  Civitate  venne spogliata di molti suoi beni e  di qui l’inizio della sua fine, anche perché Manfredi, in un suo ordine,  invitava gli abitanti del paese  di andare ad abitare a Manfredonia da lui costruita da poco.

Parecchi  ubbidirono al suo l’ordine, ma chi restò ebbe vita dura anche perché  la malaria e la povertà la facevano da padroni.

La perdita della sua diocesi e l'emigrazione di molti suoi cittadini, che l’avevano abbandonato per siti più salubri, non fu la causa della sua fine, perchè il paese continuò ad esistere, abitato da persone provenienti dalla Grecia, dall’Albania e addirittura dal Veneto, il cui nucleo era chiamato degli Schiavoni.  

Costoro s’impossessarono delle case abbandonate da chi aveva lasciato il sito e si  mischiarono ai pochi cittadini che erano rimasti in quel luogo.

Aumentando, però, sempre più tale situazione di precarietà, dovuta ai continui attacchi dei predoni, ai terremoti che si facevano sentire spessissimo, e all’insalubrità del clima, pian piano anche le tradizioni e il fulgore di un’ importante città vennero definitivamente a tramontare.

Finisce qui la storia di Civitate ed inizia quella di San Paolo.

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