San Paolo

La città di Civitate,  pur rovinata dalle incursioni turche e da squadre di briganti,  minata da terremoti, malaria e pestilenza, continuò a vivere in completa povertà diventando un luogo malsano, destinato a scomparire.

Sull’altra sponda dell’Adriatico vivevano gli Albanesi, allora chiamati Epiroti, i Greci e gruppi di persone che provenivano dal Veneto, denominati Schiavoni che, mal sopportando, anch’essi, il giogo dei Turchi, lasciarono Patrie, case e poderi e, in gran numero, entrarono in Puglia dove, con l’ordine del Re di Napoli, ebbero molte terre e fu loro assegnato il paese, quasi vuoto, di Civitate.

A sei chilometri di distanza, sopra un colle, scoperto a tutti i venti, con aria salubre e terreni fertili, in epoche antiche era stata costruita una chiesa, dedicata a San Paolo dei Greci, sulla quale, era fondato un beneficio semplice di Jure patronatus di alcuni signori di Serra, che erano padroni di quel fondo.
La Chiesa di San Paolo dei greci

Essa ha la forma a croce greca, con le braccia uguali, di stile romanico; la facciata è armoniosa, degradando ai lati con due finte navate, in una delle quali, quella a sinistra guardando, s’innesta un campanile tozzo   e squadrato.

Internamente vi erano sei grandi quadri rappresentanti soggetti religiosi dipinti su tela; quattro di essi sono misteriosamente spariti in una nottata, agli inizi degli anni cinquanta.
Icona greca  rappresentante “ Il Salvatore” sec. XIV

Le due  rimanenti icone del XIV secolo rappresentano il Salvatore e la Madonna col Bambino che, restaurata dalla Sopraintendenza alle Belle Arti di Bari, ha rappresentato il nostro paese ad una mostra internazionale d’icone  ellenistiche.

Il Pontefice Clemente XIV nel 1772, ha dichiarato l’altare maggiore privilegio perpetuo e, una lapide dietro di esso, lo testimonia.

Attorno al tempio parecchie persone vennero a costruire le loro case e, già nel 1248, lo Scadenziere federiciano menziona il villaggio con la qualifica di Terra e ciò lascia supporre che, a quel tempo, vi fosse già un sito abbastanza popolato.

Icona greca rappresentante “La Vergine col Bambino” Sec .XIV

 

Il feudatario Carafa, Signore del luogo dal 1564 al 1568, incominciò ad edificare la sua casa baronale, con annesso castello a quattro torri, delle quali, oggi, resta solo una che va sotto il nome di Torretta.

Il palazzo fu terminato dal feudatario Cesare Caudapia che fu padrone del feudo dal 1568 al 1570, quando lo vendette al principe Cesare

 Gonzaga.

Le persone, che ancora abitavano i ruderi di Civitate, capirono che era necessario trasferirsi nel nuovo casale e ne fecero richiesta al nuovo padrone per ottenere il beneficio.

Matteo Fraccacreta così espone la richiesta al Principe: “Li albanesi di San Paulo voleno edificare, murare et habitar detto casale e per prima cosa la comunità, e gli Schiavoni, Greci ed Albanesi, di detta terra e casale di San Paulo e supplicano V.E. si degni di concedere in detta terra e casale (che) si possano costruire taverne, forni e bucciarie(allevamento di bovini e armenti vari) per uso del Casale.
Il Palazzo baronale con la Torretta

Si degni di concederli in demanio intorno detto casale e terra quanto circonda l’ambito di confine, con tenimento di vigne, horti e terreni che possano pascolare e servirsi per il loro bestiame e di detto demanio se ne possa concedere a più cittadini per gli fortilizi ed altri usi.”

Il feudatario, uomo eccellentissimo e di religione cattolica, accolse benevolmente la loro richiesta, che fu inviata al vicerè di Napoli nel gennaio del 1570.

“ L’emigrazione degli albanesi di Civitate e Torremaggiore in San Paolo pel rescritto di D. Parafan de Ribera, vicerè di Filippo II, e del suo Consiglio collaterale e della R. Camera della Sommaria e dell’informo dell’Uditore di Foggia, eccola nella stipula tra l’Agente del detto Gonzaga e quelli delli Albanesi, rogato il 17 Maggio 1573 in San Paulo dal notar Jannuccio de Barberia di Rocca Mondolfi, domiciliato in Torremaggiore, estratto da uno dei suoi protocolli esistenti presso i germani D. Nicola e D. Giovanni Santelli del fu Giuseppe di San Severo, da una copia del fu Notar Nicola Moffa, loro avo materno, e da un’altra del Notar D. Carlo de Dominicis che leggesi negli atti della causa delle decime tra il vescovo Giovanni Rossi e Fortunato Venditti. 

L’atto così dice: “e nel 1573 come apparisce dall’istrumento del 15 maggio dell’anno stesso, seguito dagli Albanesi di Civitate e don Cesare Gonzaga, quelli, in numero di sessanta famiglie vennero a dare origine a questo villaggio.”

Il principe ebbe anche una buon’ entrata e anche il vescovo di San Severo, l’uno e l’altro esigevano una buona quantità di grano, che pagavano i beneficiari delle loro terre per le loro rendite.

Il casale, vuoi per la fertilità dei campi, vuoi per l’industriosità degli artigiani e dei muratori, si era ingrandito, cosicché molte altre persone vennero ad abitarlo e il luogo poté chiamarsi, non più casale ma Terra.

Abbiamo affermato che il paese si sviluppò attorno alla Chiesa, con case basse e stradine strette e tortuose, che esistono ancora oggi e vanno sotto il nome di case del Purgatorio; ma anche attorno alla casa baronale si ebbe un notevole sviluppo edilizio dove, in seguito al terremoto, furono costruite dimore più grandi con strade più larghe e rettilinee.

 La chiesa, anche, subì alcune modifiche ma l’area restò quella primitiva.

La R. Camera di Napoli, nel dispositivo per la costruzione del nuovo villaggio, aveva chiarito che nella Chiesa doveva continuare a professarsi il rito greco, pur divenendo essa la prima parrocchia del paese.

I cattolici mal sopportavano tale situazione e, secondo quanto affermò Camillo Rossi, vescovo di San Severo, nell’appendice al testo del Sinodo Severo Politanus del 1826, chiesero al Vescovo Germano Malaspina la trasformazione del tempio dal rito greco a quello latino; parroco della  chiesa  era il greco Demetrio Devers, sposato.

Il 13 di settembre del 1591, il Presule fece una visita alla parrocchia di San Paolo dei greci e, tramite il teologo Bellarmino, il 13 dicembre 1591, invitò il parroco di rinunziare alla fede greco-ortodossa, abbracciare quella cattolica e ubbidire al suo capo visibile, il Papa.

Rifiutatosi il parroco, fu diffidato, pena la scomunica.

Nella diffida si legge: “ Di lavorarsi la S. Custodia di argento, col Corporale e il tabernacolo coperto di seta in cambio della sestante di legno coverta di carta; di essere consacrato l’altare, di essere il Corporale di tela cerata benedetto dal Vescovo e di farsi bianco secondo il rito latino, come pure il calice indorarsi dentro e farsi  la patina in argento; di purgarsi  il  battistero  e  chiudersi  a  chiave; di rifarsi la testa di S. Antonio o questa distruggersi; di coprirsi tutta la chiesa che è parte scoperta e di niuno seppellirsi nel cimitero che è minacciato da fiere, se non in sepoltura sotterranea, divisa in zona per adulti e zona per bambini “.

Pertanto essa fu il primo luogo di sepoltura del villaggio e tale restò fino al 1837, quando fu benedetto l’attuale cimitero, dopo l’editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone, che vietava le sepolture nelle chiese, ma le consentiva in terreno benedetto, circondato da mura e fuori dei paesi.

Il nuovo cimitero, originariamente, aveva il suo ingresso sulla via che oggi porta alla contrada Cammarata.

Oltre alla parrocchia, parecchi anni dopo fu edificata, in mezzo al casale, la chiesa di San Nicola e, poi, quella più grande e più bella, dedicata alla Regina del Cielo sotto il titolo di S.Maria di Loreto, fuori del casale, quasi sulla strada che va a Serracapriola.

Come nella parrocchia, anche in questa chiesa gli ornamenti erano all’usanza greca, ma vi era un altare, di rito latino.

Nel luglio del 1627 un violentissimo e rovinoso terremoto scosse l’intera Capitanata, seminando stragi e rovine.

Mons. Antonio Lucchino nel suo libro: “Del terremoto che addì 30 luglio 1627 ruinò la città di S.Severo e le terre convicine”, così parla della terra di San Paolo:“ nel terremoto delle ore 16 di venerdì 30 luglio 1627, il casale di San Paolo rovinò tutto dalle fondamenta; non vi rimase all’impiedi  che la chiesa di San Paolo e le mura attorno alla casa baronale.

 Le chiese di San Nicola e di Santa Maria di Loreto caddero in maniera che non si riconoscono i luoghi che furono, e raccontano i cittadini che nell’imminenza del terremoto, le pietre si spiccavano dalle mura con grandissima forza e furia ed andavano, come se fossero uscite da bombarde, a ferire or qua or là in modo che ammazzavano più persone quelle pietre, in tal guisa spiccate dalle mura , che non fecero le ruine stesse e vi morirono più di trecentocinquanta persone  tra grandi e piccoli, senza i forestieri che non si poté (conoscere) il numero.

Non  lascerò di dire la morte di un buono e singolare cittadino di questo casale. Costui si chiamava messer Dingo Carioti, gentiluomo di Corfù… Venne qua tiratovi da D. Antonio Bua, suo zio che era arciprete…. Si trovò morto, il povero gentiluomo sotto le rovine della propria casa… In questo casale giovò anche la pietà cristiana dei vivi da’ quali ne furono salvati e dissotterrati non pochi, i quali sarebbero similmente morti senza di questo aiuto”.

Non potendo ricostruire la case distrutte e le loro chiese, i cittadini si rivolsero al nuovo feudatario don Andrea  Gonzaga  che, provando pietà verso quelle povere persone, con la sua munificenza, ricostruì l’intero casale, subito come prese possesso del feudo, era il 1641.

Nella relazione del Tavolario Vinaccia si legge:

“ 1) che il marchese d. Andrea Gonzaga riedificò le case dei poveri, crollate nel tremuoto del 1627, e perciò ne esigeva un tari annuo per ogni foco;

   2) che in una stanza del suo palagio, leggevasi 1640 e dietro in una lapide A.D.1640, per segno che in quell’ anno fu restaurata da lui”. 

Due nuove chiese furono riedificate sui loro vecchi siti: quella di S. Maria di Loreto e quella dedicata a S. Giovanni Battista, che era già una cappella privata ai tempi del feudatario Carafa che la fece edificare sulle sue scuderie.

       Essa ottenne dal Papa Urbano VIII, il 14 di agosto del 1641, il privilegio che una messa venisse celebrata un’ora prima dell’aurora ed un’altra dopo mezzogiorno.

Assieme alle case e alle chiese ricostruite, altre nuove dimore furono edificate da gente ricchissima come il mastodontico palazzo con una torre, fatto costruire dal sig. Quadrini sull’omonima via, adesso intitolata a Guglielmo Marconi, palazzo in seguito ceduto prima ai La Porta e poi al marchese La Greca con ingresso in corso Umberto I°,  (Oggi per metà di Cazzaniga e per metà di Santagata Giulio)  e quello in  Piazza Aldo Moro ( di proprietà degli eredi La Porta).

La toponomastica del paese, anche senza un piano regolatore allora incomprensibile, si articolò su strade diritte, parallele e perpendicolari fra loro con cassoni di fabbricati rettangolari, per cui la pianta del paese risultò essere un complesso di strade diritte, senza curve, rispecchianti gli accampamenti militari del castrum romano.

La vita del casale divenne più movimentata: i cittadini si dedicarono per la maggioranza all’agricoltura, alla pastorizia e all’orticoltura e per il rimanente alle attività artigianali.

Molti erano alle dipendenze dei proprietari terrieri che vivevano sul posto o addirittura a Napoli, per provvedere alla coltivazione  dei

campi.

Il paese intanto si era costituito in Universitas, una specie di Municipio che provvedeva all’amministrazione del territorio; non si sa la
 Il  palazzo del marchese La Greca

data precisa della sua costituzione; dagli atti per la intitolazione della chiesa , che esistono nella Curia vescovile di San Severo e intercorsi tra il vescovo Mons. Francesco Antonio Sacchetti e il penultimo feudatario di San Paolo Don Placido Santangelo, si parla dell’università del luogo e, poiché detti atti portano la data del 1640, la sua costituzione doveva già essere avvenuta, in quanto Mons. Sacchetti resse la Diocesi dal 1 ottobre 1635 al 26 giugno 1650.

La sua sede era stata costruita nell’attuale Vico Freddo, vicino alla chiesa di San Paolo.

Nel 1681 Mons. Carlo Felice de Matta, edificava la casa  vescovile sull’attuale via Regina Elena che serviva al Presule nei periodi estivi e durante le visite pastorali che faceva nei diversi paesi che appartenevano alla Diocesi; ora è inagibile perché di essa restano soltanto le mura perimetrali.

Michelangelo   Manicone   nel   suo   libro “ Fisica Appula”  così descrive San Paolo:

“ La terra ha un territorio feracissimo in grano e fave ed in cui vi è un’ira di Dio negli orti, è circondato di vaghi poggetti coronati da pampinose viti e di preziosi e tardi olivi… è ventilato, perché le strade sono larghe e le case basse…. San Paolo non era, pochi anni or sono, un ammasso di rozzi pagliai? E al presente non è il paese dalle eleganti abitazioni?.”

Il paese, con gli anni si ingrandì accogliendo molte persone che provenivano dai paesi garganici,  dall’Abruzzo e dal Molise a seguito della transumanza, che, risiedendo stabilmente sul posto, attraverso i matrimoni, si mischiarono alla popolazione locale, accettandone usi e costumi.
La universitas o prima casa comunale del paese

Venendo da paesi più poveri del nostro, si assoggettarono ai mestieri più umili quali quelli di garzoni, operai, contadini, arrotini e fabbri, accontentandosi di piccoli salari, pur di sbarcare il lunario.

       Diversa fu l’immigrazione di quelli che venivano dalla Campania:  ben presto si costruirono case e palazzi signorili  e, con il beneplacido  di signori amici della Corte napoletana, acquistarono diritti che erano del feudatario e che essi usavano come beni propri, diventando, pian piano, proprietari di centinaia di ettari di terreno.

Mio nonno materno mi raccontava che una mattina, andando al lavoro, notò che un’area, di parecchie decine di ettari di terreno, era stata recintata e colui che aveva fatta eseguire la recinzione, da un giorno all’altro era diventato padrone del terreno e aveva diritto al titolo di Signore e a quello di Don.

 Parecchi di questi signorotti, venuti da Napoli, portavano il cappello a larghe falde, fumavano il sigaro o la pipa, d’inverno portavano il mantello a ruota e si sedevano in piazza con gli altri amici dinanzi al circolo dei signori.

 I poveri che mai avevano posseduto qualcosa, erano costretti, per una manciata di legumi, a lavorare, giorno e notte, come garzoni, operai e guardaspalle dei loro padroni, a masticar lo zolfanello e a volte, se avevano una bella moglie, ad offrirla al padrone come jus primae noctis (diritto della prima notte).

Nacque così la nuova borghesia che, per un secolo e mezzo, governò il paese in maniera vessatoria.

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